DISCORSO PER IL 25 APRILE | DAVIDE GIANELLA

Autorità Civili e Militari, Associazioni e Cittadini tutti, vi auguro da subito un buon 25 Aprile, o meglio buona Festa della Liberazione dal nazifascismo a tutte e a tutti. Oggi commemoriamo la liberazione dell’Italia dal nazifascismo, la festa di democrazia e di riunificazione nazionale, come l’ha definita lo scorso anno l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

La nostra Costituzione, figlia della resistenza, ci ricorda tutti i giorni l’attualità della sua lezione di responsabilità civile. Essere cittadini liberati significa non essere mai indifferenti alle ingiustizie in nome di una legalità prepotente. Significa essere sempre capaci di un pensiero critico, pronti a farci carico delle sorti collettive di una Patria, che oggi, di fronte alla sfida della sostenibilità ambientale, deve essere allargata all’intero pianeta e alle generazioni future.

La Resistenza fu la fucina dove maturarono i principi che oggi sono espressi in quel documento di altissima civiltà che è la nostra Costituzione. Sapremo essere all’altezza del sacrificio di chi partecipò alla Resistenza, dei valori che da loro abbiamo ereditato? Sapremo assumerci responsabilità collettive, come seppero fare i Partigiani? Avremo il coraggio di esercitare una cittadinanza attiva? La Resistenza costituisce la libertà che fu assunzione di responsabilità dal basso, di emancipazione sociale e civile che portò gli italiani dall’essere sudditi passivi di un sovrano assoluto a cittadini, soggetti attivi di una sovranità popolare.

Il 25 aprile, festa per l’Italia democratica, ci riporta al vissuto della seconda guerra mondiale, del fascismo aggressore di altri popoli, della dittatura, del carcere, degli anni di confino politico, delle dure e difficili battaglie dei gappisti e dei partigiani lassù sui monti. Dei tanti giovani che potevi vedere pregare in mezzo alla neve prima di partire per una azione e di chi si batteva, sempre e ancora in nome del re, ma faceva la sua parte con dignità e coraggio. E c’erano quelli che andavano a morire in nome di un mondo nuovo e di una società diversa. Con loro, soldati che già avevano fatto la guerra, c’erano ragazzi, operai, contadini, intellettuali, borghesi, nobili, maestri, professori, sacerdoti, professionisti. Uomini e donne: stanchi della guerra, delle sofferenze, delle macerie, della fame, stanchi delle falsità e della vuota retorica del fascismo. questi erano e restano i patrioti.

Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione, migliaia e migliaia fra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che si rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila giovani con le stellette (soldati di ogni arma, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia) che si schierarono per la nuova Italia e vennero deportati in Germania. Mi si permetta a questo punto, anche un saluto caloroso ai nostri militari impegnati in “missione di stabilizzazione e di pace” nelle varie parti del mondo.

L’esempio di queste persone non può essere celebrato soltanto in occasioni come queste, ma vissuto e praticato tutti i giorni, chiamandosi dentro e partecipando alla vita pubblica, studiando, informandosi, facendo al meglio la propria professione. La protesta urlata non serve a nulla senza una proposta. Essere liberi non significa poter insultare e deridere l’avversario, non significa ergersi giudici sul colore della pelle dei nostri figli. Il dialogo non può avere mai come fine il consenso, ma la crescita di entrambi gli interlocutori. Riappropriamoci della storia, riappropriamoci della voglia di sostenere idee libere, non condizionate, non copiate.

Soltanto la conoscenza, la voglia di chiamarsi dentro ai problemi, ci possono aiutare ad affrontare sfide globali quali la migrazione epocale dall’Africa all’Europa attualmente in corso. Non si cambia e non si ferma la storia con semplici slogan, ma coscienza e responsabilità la politica deve imporsi a livello Europeo per evitare tragedie, per creare una rete di accoglienza europea. Le istituzioni devono essere coinvolte tutte, pronte ad affrontare questa emergenza, certi però che il dovere dell’accoglienza non può oscurare il dovere di un realismo che ci insegna che ospitare un numero potenzialmente infinito di persone provenienti da altri Paesi altro non sia che un volto, sia pure meno ruvido di altri, dell’indifferenza, dal momento che è pacifico che per quanti sforzi una nazione possa fare – e l’Italia, finora, non ne ha certo fatti pochi -, l’accoglienza illimitata e non sostenibile si traduce, e non potrebbe essere altrimenti, nell’obbligo di alcune persone a dover delinquere per sopravvivere.

Dopo questo passaggio che mi sembrava doveroso, siamo qua per ricordare la nostra liberazione, ma la resistenza che ha lottato per la libertà non è assolutamente finita, sta vivendo un periodo molto pericoloso, grigio. Noi viviamo giorni in cui perdiamo libertà un po’ per volta, quasi senza accorgercene. Non viviamo una guerra di armi, ma una guerra di parole rubate. Richiamarsi alla nostra Costituzione repubblicana, frutto della resistenza, è richiamare un pensiero, che si esprime attraverso parole. La Costituzione è figlia del sacrificio e del pensiero dei padri della nostra Italia, una ed indivisibile. La Costituzione ci ricorda che la nostra Italia è costituita e fondata da principi, dove si parte dai diritti, ed ai quali corrispondono doveri. Il mio diritto corrisponde infatti ad un dovere altrui; diversamente verranno sempre favoriti i più forti, i quali avranno sempre maggiori diritti di altri senza doveri. Si parla tantissimo oggi sui social network, con le nuove tecnologie, miglia di parole, ma sempre le stesse. Oggi tutti esprimono rabbia, sdegno, schifo, mancanza di rispetto per le istituzioni. Ecco le parole che mancano, noi vogliamo giustizia sociale, lavoro ed istruzione, ma ci servono le parole per esprimere quei concetti. Un esempio per tutti. Pensiamo alle storture nate sulle parole nobili quali identità, o peggio, sul verbo federare, che significa mettere insieme e non dividere, condividere le differenze senza perdere le proprie caratteristiche.

La storia ci racconta che abbiamo conquistato diritti, anche negli anni dopo la seconda guerra mondiale, ma conosciamo meno della metà delle parole dei nostri padri, dei nostri nonni, che sul duro lavoro hanno faticato per mandare a scuola i figli. Ma cos’è l’istruzione, se non l’elaborazione di pensieri poi tradotti in parole? La parola passa dall’istruzione, dalla scuola. Lo dico con convinzione, oggi i nuovi partigiani sono prima di tutto gli insegnanti, insieme a tutti coloro che insegnano agli altri ad elaborare un pensiero critico, autonomo ed indipendente, chi la verità non prende da qualcun altro o per sentito dire, ma ama ricercarla, scoprirla, capirla elaborarla.

Sono onorato di rendere onore a nome di tutta la città ad una mente libera ed arguta, ad un militare, ad un partigiano e patriota piovese, ad un cittadino attivo, ad un persona che ha vissuto la crudeltà della guerra dalla parte della libertà e della resistenza, e poi l’ha praticata con l’insegnamento. Più tardi scopriremo la stele dedicata al Prof. Francesco De Vivo, a dieci anni dalla scomparsa l’8 maggio del 2005, proprio all’interno del giardino dei savi, all’interno del nostro centro d’arte e cultura. Il Prof. De Vivo è stato ufficiale degli alpini nell’ultimo conflitto; partigiano combattente, uno dei pochi ancora in vita tra quanti sono passati nelle stanze di Palazzo Giusti dove aveva conosciuto i sadici trattamenti degli scherani della Banda del maggiore Carità, le cui azioni criminali rimangono come un ricordo indelebile del prezzo pagato durante la Resistenza dagli antifascisti veneti e dell’infamia dei torturatori. Ma è stato soprattutto un insegnante prima delle medie superiori anche qui a Piove di Sacco e poi professore universitario, un cittadino e partigiano combattente che la resistenza l’ha insegnata, raccontata con l’esempio e l’istruzione, come professore ordinario fuori ruolo di Storia della Scuola e delle Istituzioni Scolastiche nella Facoltà di Scienze della formazione dell’università di Padova. Il Presidente Pertini l’ha nominato infatti Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica. In una società spesso indifferente ai valori etici della libertà, talora persino aliena da questi, tanto da non vederne la precondizione politica per un utile dibattito di idee, l’insegnamento di De Vivo ha continua a ricordarci che non ci può essere crescita civile, non può esistere neanche educazione, se non si pone a fondamento di tutto la libertà delle persone e la libertà delle istituzioni.

I nuovi partigiani sono tutti coloro prendono il loro lavoro come una missione per la comunità, chi lotta per la famiglia e la dignità dei propri cari, a chi un lavoro non ce l’ha e non riesce più a trovarlo.

L’enorme sacrificio di una intera generazione spezzata al fronte per regalarci la libertà di poter esprimerci liberamente, consci che la nostra libertà non può mai comprimere quella degli altri, deve insegnarci tutti i giorni che chi ruba i soldi pubblici è il peggiore di tutti i ladri, perché ci ruba il nostro domani, chi non adempie al meglio ai suoi doveri manca di rispetto ai nostri diritti ed al futuro dei nostri figli. La resistenza celebrata solennemente, va declinata tutti i giorni,chiamandosi dentro e partecipando alla vita pubblica. La protesta urlata non serve a nulla senza una proposta.

Concludo ricordando le parole del Presidente Pertini, il quale in un discorso il 31 dicembre 1983, disse Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste nel difendere le posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l’onestà e il coraggio. l’appello lo faccio ai giovani, cercate di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c’è qualche scandalo. Se c’è qualcuno che da’ scandalo; se c’è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato! ed inoltre libertà e giustizia sociale: Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.

Un ricordo commosso al partigiano Sen. Franco Busetto, che ci ha lasciato qualche giorno fa, con il quale ho avuto l’onore di visitare i campi di Dachau e Mauthausen, il quale ci ha sempre ripetuta l’assoluta importanza del dovere della memoria e della difesa dei valori di uguaglianza.

La strada è ancora lunga, ma penso che meriti di essere percorsa, onestamente e con fatica, mano nella mano, come comunità che crede nel proprio domani ed in quello dei nostri figli.

Viva la Resistenza! Viva la Costituzione! Viva la Repubblica Italiana!

DAVIDE GIANELLA

Sindaco di Piove di Sacco

social | PD Piove di Sacco

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>